Transizione... in cantiere
E Energia e ambiente
Edited by Marco Taesi Hervé Sacchi

Avete presente quando passeggiate in centro e vi imbattete in quei grandi cantieri coperti da enormi teloni?

Da fuori si nota solo la polvere, si sente il rumore metallico dei macchinari e, spesso, si pensa solo al disagio. Eppure, proprio dietro quelle impalcature, ingegneri e operai stanno costruendo il grattacielo che cambierà lo skyline della città.

Per la transizione ecologica vale lo stesso identico principio.

Spesso, guardando all’industria pesante, l’opinione pubblica si ferma alla “polvere”: vede le ombre del passato, le ciminiere di un tempo, e crede che nulla sia cambiato. C’è la percezione diffusa che la sostenibilità sia solo una bella teoria da convegno o, al massimo, l’impegno di fare bene la raccolta differenziata a casa. Ma dietro i “teloni” dell’industria siderurgica moderna, la transizione non è un’ipotesi per il futuro: è un cantiere aperto, vivo e pulsante. Per capire a che punto sono i lavori, abbiamo fatto una chiacchierata con Stefano Ciafani, Presidente Nazionale di Legambiente. 

 

Presidente Ciafani, il settore della siderurgia è storicamente catalogato tra i comparti “hard to abate”. Tuttavia, la transizione ecologica è in corso e lo dimostrano i tanti investimenti in questo comparto. Dal punto di vista di Legambiente, quali sono i pilastri tecnologici e culturali irrinunciabili che distinguono un’industria siderurgica davvero orientata al futuro da una ancorata al passato?

L’industria siderurgica è un pezzo fondamentale della manifattura italiana. Come associazione ambientalista, non abbiamo mai pensato di trasformare le aree industriali in prati verdi o spiagge incontaminate; l’Italia deve rimanere un Paese industrializzato. L’obiettivo è archiviare l’industria siderurgica inquinante facendolo attraverso l’innovazione di processo e di prodotto. Si fa un errore se, partendo dalla vicenda Ilva, si facesse di tutta un’erba un fascio, ignorando la trasformazione in atto nel Paese. Il ciclo integrale è andato scemando, mentre si è rafforzata la produzione dell’acciaio da rottame ferroso. Su questo si è costruita una nuova stagione produttiva che ha visto l’Italia protagonista a livello internazionale. La vostra azienda è un esempio di come si possa praticare un’attività industriale potenzialmente impattante prestando attenzione ai processi produttivi, investendo in innovazione e arrivando a prodotti all’avanguardia. Rappresentate quel fiore all’occhiello del Paese che noi abbiamo sempre auspicato fin dagli anni ‘80. Si può e si deve parlare delle “Feralpi d’Italia” e raccontare meno l’ex Ilva di Taranto, perché quella è una ferita ancora aperta, un problema che speriamo possa essere risolto e che seguiamo fin da quando era di proprietà pubblica. Oggi, guardando al 2026, spingiamo affinché si possa produrre un acciaio sempre più pulito e sostenibile, coniugando tutela ambientale, salute e difesa dei posti di lavoro. Non c’è bisogno di inventarsi nulla: ci sono esperienze industriali virtuose, come la vostra, che possono e devono fungere da esempio.

 

Si parla molto di economia circolare, ma spesso la si limita alla gestione dei rifiuti urbani. Nella grande industria, invece, la vera svolta è la simbiosi industriale: trasformare i residui di produzione in nuove materie prime per altri settori (come l’edilizia).

C’è un oggettivo disallineamento tra la percezione pubblica e l’applicazione reale dell’economia circolare. I cittadini tendono a limitare il concetto a ciò che vedono quotidianamente, ovvero i rifiuti urbani. Negli anni ‘80 la gestione virtuosa dei rifiuti sembrava un’esclusiva di tedeschi e svizzeri, ma poi abbiamo dimostrato che era possibile anche in Italia. Oggi abbiamo capoluoghi di provincia al Sud che registrano performance migliori di quelli del Nord. Tuttavia, dietro alla filiera della raccolta differenziata c’è un intero tessuto industriale che trasforma i materiali: l’industria del riciclo (vetrerie, metalli non ferrosi) e i nuovi impianti che trasformano la frazione organica in compost e biometano. C’è una realtà profonda che va oltre quello che vedono i cittadini. Poi c’è il contributo dell’origine produttiva industriale. L’Italia è storicamente carente di materie prime, ma ha saputo attrezzarsi recuperando “materie prime seconde”. Con la nostra campagna “I cantieri della transizione ecologica”, abbiamo visitato 50 impianti per mostrare ai cittadini che, vicino a casa loro, esistono veri e propri fiori all’occhiello. Tra questi, la filiera dell’acciaio secondario è un fiore all’occhiello assoluto: negli impianti siderurgici si creano letteralmente nuovi materiali. L’economia circolare è l’unica soluzione per essere indipendenti e anche per abbassare le tensioni geopolitiche internazionali, spesso scatenate dalla corsa al petrolio, al gas o alle materie prime critiche. Uno dei nostri slogan è: “Più rinnovabili, più economia circolare, più pace”. C’è uno scenario sociale fondamentale: se si è indignati per l’esplosione dei conflitti, bisogna fare in modo che questi siano meno giustificati, smettendo di dipendere dalle risorse altrui. Sviluppare l’economia circolare e praticare la decarbonizzazione significa dare equilibrio agli assetti mondiali.

 

Legambiente ha da sempre un forte radicamento territoriale. Spesso il rapporto tra grandi impianti industriali e comunità locali è complesso. Esiste però una via legata alla trasparenza, alla rendicontazione sociale e agli investimenti sul territorio. Qual è la strada per costruire una “licenza sociale ad operare” che sia autentica e non di facciata? Cosa chiedete, oggi, alle aziende su questo fronte?

Le imprese devono alzare l’asticella, perché le sfide globali (costi energetici, crisi climatica, difficoltà nel reperire risorse logistiche, basti pensare alla crisi nello stretto di Hormuz) diventano sempre più evidenti. Le imprese virtuose devono imparare a raccontare la loro sana attività. Gli sforzi per la sostenibilità passano attraverso investimenti economici importanti che pesano sui bilanci prima di generare benefici a medio termine. È fondamentale valorizzarli e rivendicarli. Questo serve a dare un contributo conoscitivo alle comunità locali e a fornire un esempio positivo per tutte le altre imprese. Proprio per questo non abbiamo apprezzato alcune recenti direzioni europee. Sebbene la semplificazione burocratica sia fondamentale, l’idea che la rendicontazione sociale e ambientale debba essere “sfrondata” o ridotta è un errore. Molte aziende hanno intrapreso percorsi di rendicontazione anche quando non era obbligatorio, considerandolo un impegno etico verso azionisti, dipendenti e comunità ospitanti. Siamo poi assolutamente a favore della semplificazione e contro l’eccessiva burocratizzazione che frena l’industria, ma la qualificazione della produzione passa inesorabilmente attraverso la rendicontazione e la trasparenza. Il mondo delle imprese italiane ha spesso un difetto: lavora e produce molto bene, ma comunica poco. Nel frattempo, noi continuiamo a raccontare l’esperienza di quelle aziende che vanno oltre l’obbligo normativo perché ritengono che rendicontare sia, semplicemente, la cosa giusta da fare.

Stefano Ciafani

Ingegnere ambientale, Stefano Ciafani è dal 2018 il Presidente nazionale di Legambiente, associazione in cui milita dal 1998. È uno dei massimi esperti italiani di economia circolare, transizione ecologica e lotta alle ecomafie. Siede inoltre nel comitato scientifico di Ecomondo.

Dal rottame ferroso a FERGreen

Il percorso verso una produzione siderurgica sempre più circolare e sostenibile parte dal recupero del rottame ferroso, una materia prima fondamentale che permette di evitare l'estrazione di nuove risorse naturali. Attraverso una filiera altamente efficiente (con un processo di selezione e mappatura dei fornitori), il nostro acciaio garantisce oggi un contenuto minimo di materiale riciclato a livello di Gruppo pari al 98,6%. La vocazione circolare è un fattore che coinvolge tutta l'attività produttiva ed è confermata dai risultati del nostro ultimo bilancio, dove registriamo l'avvio a recupero per processi circolari di ben il 93,02% dei nostri residui di produzione, trasformando, per esempio, le scorie in sottoprodotti certificati per la filiera delle costruzioni. Questo profondo e costante impegno strutturale – che abbraccia la salvaguardia ambientale, l'efficienza energetica e la decarbonizzazione – si traduce direttamente nella realtà di FERGreen: la nostra gamma di acciai per l'edilizia di nuova generazione a ridotto impatto.

Scopri di più sul nostro impegno nel sito dedicato al Report Digitale 2025. 

Marco Taesi

In Feralpi mi occupo dell’attività di comunicazione. Sono responsabile delle relazioni coi media e dello sviluppo dei contenuti…digitali e non. Mi piace raccontare. Scrivo. Lo faccio da tempo per passione e per lavoro, anche da giornalista. Sono fortunato. Come si dice, “Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua”. Confucio aveva ragione (ma non ditelo ai boss). A questo punto dovrei scrivervi – per rispettare la linea editoriale che ci siamo dati – delle mie passioni. Due staccano su tutte e lo fanno di gran lunga: Giulia e Lorenzo. È infatti la sera che mi attende il lavoro più difficile, ma è anche quello che ti riempie il cuore. Fare il papà.

Hervé Sacchi

Quando a 5 anni giocavo al Game Gear (sì, ho messo il link se non sai cosa sia) non potevo sapere che sarei diventato Social Media e Content Manager di Feralpi Group. Probabilmente non vi interessa, ma non ve ne faccio una colpa. Vercellese d’origine, gardesano d’adozione: vivo la vita un quarto di pizza alla volta. E con molta autoironia.